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La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo, per lo meno di quello editoriale. Dall’Inghilterra all’Italia, il fatto che la Puffin stia per pubblicare le opere di Roald Dahl in una versione molto rimaneggiata, ha scosso le coscienze e gli animi in modo davvero inedito. Forse perché è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

È da tempo infatti che la censura nel mondo occidentale lavora in modo piuttosto capillare, “attualizzando” classici della letteratura per l’infanzia o addirittura eliminandoli dal mercato, come è stato nel caso del Dr Seuss e dei suoi SEI libri fatti sparire con l’accusa di essere “dannosi” per i lettori.

Secondo l’osservatorio americano sulla censura, i libri per bambini e ragazzi sono naturalmente più esposti ad atti censori a causa della facile bandiera della “protezione dei più piccoli”, ormai sventolata più o meno a caso da chiunque, purtroppo con una risonanza maggiore rispetto al passato a causa dei social e della viralità incendiaria che una singola opinione può avere nel giro di brevissimo tempo.

Per fortuna spesso i focolai da social media si spengono con la stessa velocità con cui sono divampati. Ma quando l’atto censorio arriva dall’editoria stessa, allora bisogna cominciare a preoccuparsi. E a riflettere.

L’occasione – la goccia – ce la dà dunque la Puffin, rimettendo mano ai capolavori di Roald Dahl non con un discreto cambio degli aggettivi più spinosi, che forse sarebbe stato tollerato o addirittura passato in sordina, ma aggiungendo frasi e paragrafi che spiegano o smorzano le frasi originali di Dahl.

Questo editing, tra gli esempi, dà dignità alle parrucche (?), ammazzando l’effetto comico della frase originale; esclude che uno possa andare in India leggendo Kipling, sostituendolo con la California di Steinbeck; e soprattutto suggerisce con grande nonchalanche che una scienziata famosa è decisamente preferibile alla cassiera del supermercato o alla segretaria, figure che, classismo progressista o meno, continuano a esistere e ad avere la loro utilità.

I critici inglesi intanto insorgono, e tra essi il più agguerrito è Salman Rushdie. Chi si ricorda di lui? Autore dei “Versetti satanici” ma anche del meraviglioso libro per ragazzi “Haroun e il mare delle storie”, è stato il primo autore a subire censura diretta nel mondo occidentale, a seguito della fatwa contro di lui e delle numerose morti che ha causato nel tempo. Lui stesso è stato ferito gravemente lo scorso anno nello stato di New York, proprio durante un incontro sulla libertà artistica, perdendo un occhio e l’uso di una mano.

Secondo il giornalista Nick Cohen, è proprio dall’attacco a Rushdie e dalle blande reazioni del mondo occidentale che ha avuto origine l’abitudine a “omettere” o “modificare” per evitare controversie – che si tratti di attualizzare un classico o di suggerire un editing a un autore contemporaneo.

Senza approfondire in questa sede le problematiche ideologiche che, per esempio, vietare la parola “grasso” comporta (dal momento che “magro” è concesso e quindi l’omissione contiene di per sé un giudizio di valore negativo…), c’è una frase di Cohen che sottolinea un aspetto importante:

“Trattare le persone in modo egalitario significa trattarle da adulti in grado di sostenere una discussione complessa e non come bambini che hanno bisogno delle fiabe della buonanotte.”

Si può aggiungere che anche i bambini che adorano le fiabe della buonanotte hanno bisogno, anzi diritto, di avere accesso a informazioni complesse e alla letteratura universale senza censure preventive che limitino lo sviluppo del pensiero critico. Del resto, a cosa serve leggere se non a questo, a porsi come soggetto attivo davanti alle parole di qualunque scrittore o scrittrice?

Interessante è stata anche la reazione di Philip Pullman che, con la tipica eleganza inglese, ha reagito sul Guardian dichiarando: “È meglio smettere di pubblicare Dahl piuttosto che manomettere i suoi testi”. Cosa che, lui sa bene, la Puffin non farebbe mai perché Dahl è letteralmente una gallina dalle uova d’oro che vende circa un milione di libri all’anno in tutto il mondo, senza contare gli adattamenti cinematografici e il musical Matilda e tutto il merchandising di contorno.

Anche in Italia ci sono state reazioni di decisa condanna. Lo scrittore Pierdomenico Baccalario ha lanciato una petizione su Change.org subito rimbalzata sui social da altri grandi nomi della scrittura e da professionisti dell’editoria per ragazzi e non. L’indignazione è stata generale e diffusa, molto più che in occasione dell’uscita dei libri del Dr Seuss dai cataloghi, proprio perché qui si tratta di modificare in modo significativo le frasi di uno scrittore che, essendo deceduto nel 1990, non può difendersi né protestare.

ICWA tratta da tempo l’argomento censura e ha dedicato una parte del sito ufficiale a una serie di articoli e documenti utili per approfondirlo. Tra cui una carta dei diritti degli scrittori e una dei lettori: entrambe le categorie sono infatti colpite duramente da questa atmosfera inquietante e orwelliana.

Si legge all’articolo 7 della prima:

Gli autori di narrativa detengono il diritto morale sulle loro opere anche dopo il loro decesso. Nessuno, in nessun caso, può arrogarsi il diritto di modificare, tagliare, rimaneggiare o censurare i loro testi per motivi ideologici. Modificare un testo di un autore defunto per scopo di revisionismo storico o per soddisfare le necessità ideologiche di gruppi politici o religiosi, dovrebbe essere considerato un reato grave.

E nel numero 3 della seconda:

Il lettore ha il diritto a non essere manipolato nelle opinioni e nei giudizi attraverso censure, omissioni ideologiche, ritiro di opere dal libero accesso. Questo diritto include anche i bambini e i ragazzi.

Giovanna Zoboli ha ribadito quanto questo episodio sia solo la conferma che la letteratura per ragazzi è “un ospite sgradito”, con cui ci si sente autorizzati a sfogare qualunque deriva ideologica come se non avesse un proprio valore letterario e intoccabile. E sicuramente il punto fondamentale della questione risiede proprio in questo commento: oserebbe mai qualcuno mettere mano a un’opera di Dickens o di Austen con la stessa facilità?

Resta il fatto che il tema principale – la censura – non è da sottovalutare perché, qualunque sia il suo scopo, ha sempre una matrice totalitaria (come dice Cohen, “riduce la scelta”) e pone le basi per giustificatissime censure future, in nome di questo o quel valore progressista, per proteggere questa o quella minoranza. Ciò che invece andrebbe protetto è la Letteratura, tutta – mentre per gli oppositori resta il diritto a non leggere ciò che non è gradito, in modo democratico, l’unico possibile.

Manuela Salvi